{"id":47,"date":"2018-05-15T10:34:03","date_gmt":"2018-05-15T08:34:03","guid":{"rendered":"http:\/\/blog.weroad.it\/?p=47"},"modified":"2026-03-27T18:30:59","modified_gmt":"2026-03-27T17:30:59","slug":"partenza-per-islanda-i-cocci-del-vaso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.weroad.it\/blog\/partenza-per-islanda-i-cocci-del-vaso","title":{"rendered":"I cocci del vaso: in partenza per l&#8217;Islanda"},"content":{"rendered":"<p>Mi capita, a volte, di sorridere per molto tempo, e accorgermene solo dopo un po\u2019.<br \/>\nMi capit\u00f2 anche quella mattina, durante il viaggio in treno per Roma, dove mi attendeva l\u2019aereo. Fuggivo dalla calura di Luglio con 20kg di zaino al mio fianco, e a renderlo cos\u00ec pesante erano soprattutto le felpe che speravo presto di poter usare.<br \/>\nRoma era anche destinazione e punto di partenza dei miei compagni d\u2019avventura, che caso vuole si chiamino entrambi Nicola. Fatto curioso: stesso nome scelto dai genitori per richiamarli all\u2019ordine, stessi ricci neri, stessi occhi marroni. Eppure due caratteri e modi di pensare completamente diversi. Uno, pragmatico; l\u2019altro impulsivo. C\u2019era qualcosa, per\u00f2, che rendeva i Nicola tra loro molto simili, e in tutto e per tutto uguali a me. Qualcosa che va oltre l\u2019aspetto fisico e l\u2019atteggiamento nei confronti della vita di tutti i giorni: il fatto che dentro di noi, in uno dei cassetti di quell\u2019armadio che sta tra le costole e l\u2019anima, fossero stati riposti alla rinfusa i cocci di un vaso frantumato. Cocci che ogni viaggiatore ha nascosto da qualche parte dentro di s\u00e9.<\/p>\n<p>Pensavo ai Nicola mentre fuori dal finestrino scorgevo i colli laziali. Da quanto non li vedevo? Quali strade avevano intrapreso? Quali erano le loro ambizioni? A quali domande non riuscivano ancora a trovare risposta?<br \/>\nTra amici, queste cose, si dovrebbero sapere. Eppure c\u2019era qualcosa in quel viaggio, qualcosa che mi faceva dire: \u00abTutte queste cose che non so, ora non hanno importanza\u00bb. Perch\u00e9 stavamo partendo per un altro mondo, dove per dieci giorni avremmo avuto la possibilit\u00e0 di iniziare, maturare e concludere una vita nella vita, poco longeva ma pienamente immersiva, e questo ci bastava. Tutto il resto, tutto ci\u00f2 che negli altri 355 giorni dell\u2019anno ci caratterizzava come Pietro, Nicola e Nicola avrebbe avuto poco senso.<\/p>\n<p>Come cocci di un vaso rotto, dicevo. Perch\u00e9 gli avventurieri come noi usano il viaggio come colla per riattaccare tra loro tutti i pezzi, come meglio si pu\u00f2. Non importa quanto si viaggi, non importa come si decida di vivere l\u2019avventura, non importa cosa si cerchi. Importano solo le motivazioni per le quali un viaggiatore decide di partire. Importa solo la voglia di rompere il ritmo, come fanno i batteristi quando colpiscono in anticipo il rullante, con un colpo che suona la sveglia e tiene alta l\u2019attenzione. La vita di tutti giorni ci impone un 4\/4 ben eseguito, che innalza le palizzate del perimetro sicuro in cui nessuno pu\u00f2 entrare: il lavoro, lo studio, la casa, le relazioni, le prospettive. Ma dopo un po\u2019, quando ci si accorge che la cadenza dei contesti casca sempre dove si era previsto, e quando raccontando si esauriscono i Ti ricordi quella volta che?\u2026 In quel momento il vaso, a lungo rimasto sospeso in aria, tocca il pavimento e si infrange in decine di pezzi.<\/p>\n<p>I Nicola arrivavano da Venezia in uno di quei bus dal tragitto eterno, con alle spalle dieci ore di viaggio consecutive. Ma quando stai per partire per l\u2019Islanda queste cose le si accettano con molta pi\u00f9 facilit\u00e0. E anche quando li vidi al binario, finalmente giunto in stazione a Roma, non sembravano spossati.<br \/>\nMentre accorciavo le distanze tra me e i miei compagni di avventura, zaino in spalla, ripensai a tutti gli avvenimenti che avevano preceduto la partenza. Avevo passato la mattinata ad innervosirmi, cercando il caricabatterie della mia macchina fotografica, e avevo finito per ricomprarne uno, tra le imprecazioni e le ansie degli istanti dell\u2019ultimo momento.<\/p>\n<blockquote><p>Ma anche io avevo cominciato a sorridere, varcata la soglia del condominio con lo zaino in spalla, salutando Torino come un addio.<br \/>\nCiao Torino. Torner\u00f2, avevo pensato. Ma potrei essere diverso.<\/p><\/blockquote>\n<p>Forse quel sorriso \u00e8 lo stesso che mi sarei portato dietro fino a Roma, prima di accorgermene. E poi una signora anziana, poco dopo varcata la soglia di casa: \u00abDove vai?\u00bb mi chiedeva.<br \/>\n\u00abIn Islanda\u00bb rispondevo, e mi sentivo un po\u2019 stranito. Cosa poteva pensare di me? Volevo dirle: non sono un vagabondo, ho un lavoro, una morosa, mi pago l\u2019appartamento, non sono in cerca di me stesso\u2026 O cose simili. Lei si limitava a rispondere:<br \/>\n\u00abBello! Anche mio figlio c\u2019\u00e8 stato per tre mesi. Ma non si faceva mai sentire al telefono, forse c\u2019era poca rete\u00bb.<\/p>\n<p>Poi la metro, fino a Porta Nuova. Alle persone che incrociavo volevo urlarlo, che stavo andando in Islanda, come quando si ascolta una canzone con le cuffie sulle orecchie e si vorrebbe che anche gli altri la sentissero. Volevo solo che prendessero parte al mio viaggio, che provassero ammirazione. Che sapessero, dannazione, che stavo incollando i cocci tra loro.<\/p>\n<p>Il volo part\u00ec alle 21.10. L\u2019adrenalina aveva ormai preso il sopravvento e con foga raccontavo ai miei compagni quali tappe avremmo fatto e visto e in che ordine: una delle cascate pi\u00f9 grandi d\u2019Europa, una laguna piena di iceberg galleggianti, un relitto di un aereo abbandonato sulla spiaggia\u2026 Loro, invece, si confrontavano su cose pi\u00f9 pratiche, come l\u2019acquisto delle bombolette a gas e il noleggio dell\u2019auto.<\/p>\n<p>Ci alzammo in volo col buio, ma fu solo questione di tempo. Due ore dopo tutto cominci\u00f2 a farsi reale, o surreale: stavamo inseguendo un tramonto. Rimasi un\u2019ora con lo sguardo incollato al finestrino ovale dell\u2019areo: la luce del Sole di Mezzanotte ci apriva le porte all\u2019Islanda e ci accoglieva nel modo pi\u00f9 bizzarro.<\/p>\n<p>Atterrammo dopo quattro ore di volo, ma l\u00ec erano le due di notte, per colpa del fuso orario. Un islandese con la barba e lo sguardo assonnato ci attendeva reggendo un cartello con scritto \u201cNikola\u201d per accompagnarci dall\u2019aeroporto a Keflavik, dove avremmo passato la notte. Fu proprio in quel breve tragitto di quindici minuti che avemmo un primo assaggio di quello che ci attendeva: un paesaggio brullo a perdita d\u2019occhio, incontaminato, marziano, illuminato quasi a giorno.<br \/>\nL\u2019ultima cosa che pensai, prima di chiudere gli occhi, fu:<br \/>\nNon si pu\u00f2 certo dire che sia una persona esigente, se basta il niente a rendermi sereno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi capita, a volte, di sorridere per molto tempo, e accorgermene solo dopo un po\u2019. Mi capit\u00f2 anche quella mattina, durante il viaggio in treno per Roma, dove mi attendeva l\u2019aereo. 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